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I soldi non fanno la felicità.

Quante volte avete sentito dire o avete voi stessi pronunciato questa frase?

Tante.

E quante volte nella reazione del vostro interlocutore – o nella vostra – si è materializzato un cenno di disappunto?

Il dibattito sul rapporto reddito/felicità risale quasi alla preistoria.

Già Aristotele diceva: “è chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto “utile”, cioè in funzione di qualcos’altro”;
Adam Smith, padre della scienza economica, riprese il concetto teorizzato dal filosofo greco.
Scrisse: “”il figlio del povero lavora giorno e notte per acquisire talenti superiori ai suoi concorrenti, spinto dall’idea ingannevole che il ricco sia più felice o possieda maggiori mezzi per la felicità”.

Sono tutte argomentazioni a favore della tesi, peraltro molto autorevoli.

Altra argomentazione, non certo la prima ma senz’altro molto nota, viene da Easterlin, professore di Economia all’Università della California e autore del “paradosso della felicità”.

I risultati della ricerca condotta dal professore nel 1974, dimostrarono che la felicità delle persone dipende molto poco dalle variazioni di reddito e di ricchezza. Secondo Easterlin, il paradosso consiste nel fatto che, quando aumenta il reddito, e quindi il benessere economico, la felicità umana aumenta, ma solo fino a un certo punto. Raggiunto quel punto, poi, comincia inesorabilmente a diminuire.

Insomma, studi di filosofi ed economisti leggendari avvalorano la tesi per cui No, i soldi Non fanno la felicità.

Ora, non me ne vogliano i professori e gli studiosi che ho appena citato, ma mi trovo proprio costretta a contraddirli. Sulla base di cosa? Di un esempio praticissimo.

Pochi giorni fa, sulla rivista “The Lancet”, sono apparsi i primi risultati di una ricerca di eccezionale portata, un progetto europeo dal titolo Lifepath, “nato con lo scopo di fornire dati aggiornati, significativi e innovativi sulla relazione fra disuguaglianze sociali e diseguaglianze di salute”.

Perché colossale? Perché quei dati sono il risultato di 48 studi, condotti su un campione di 1.7 milioni di persone, provenienti da Gran Bretagna, Italia, Portogallo, Stati Uniti, Australia, Svizzera e Francia, “la cui vita è stata monitorata per 13”- lunghi – “anni”.

Ebbene, cosa dicono i risultati? Secondo l’indagine, sarebbe vero che chi guadagna meno vive male.
Bella scoperta! – direte voi.

Già, ma non è tutto. Chi guadagna meno, non solo vive male…ma vive meno.

Infatti, oltre ad aver trovato conferma di un dato ben noto, è stato quantificato il danno arrecato all’individuo quando il suo guadagno è troppo misero, corrispondente a circa 2 anni di vita; in meno, naturalmente.

Ancora più originale, il fatto di aver accostato la minore aspettativa di vita causata dall’indigenza ai danni causati da fumo, diabete, sedentarietà, obesità.

Ma in che senso la mancanza di denaro nuoce gravemente alla salute?

In pratica, per due motivi: il primo è l’accessibilità alle cure mediche e ai farmaci (secondo una ricerca del Censis di 6 mesi fa, 11 milioni di italiani, lo scorso anno, hanno dovuto rinviare o rinunciare a prestazioni sanitarie per ragioni economiche, 2 milioni in più rispetto a 5 anni fa); il secondo, è lo stile di vita, che influisce pesantemente sulla salute ed è ovviamente una conseguenza della quantità di denaro a disposizione.

Inoltre (e certamente non mancano studi in merito), morale a terra, frustrazione e depressione derivabili da una vita grama e da un guadagno esiguo non aiutano certo a vivere meglio o più a lungo.

Insomma, è proprio vero che i soldi non fanno la felicità? Forse.

Forse è vero.

Ma se è vero che la “salute viene prima di tutto” e che guadagnare poco compromette il benessere delle persone, parafrasando una frase famosa, dico: è vero che i soldi non fanno la felicità, ma…quando il portafogli ti sorride, la felicità è un’idea semplice.

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